[...]Se dunque i potenti raggiungono la loro posizione presupponendo, e non necessariamente dimostrando, la loro sapienza, il secondo compito che devono svolgere è quello di persuadere del fatto che le loro idee nascono da un sincero umanesimo e un altruismo disinteressato – anche in situazioni di guerra.
Quando la Czok ritrae la guerra, lo spettatore rimane senza criteri per distinguere i buoni dai cattivi. Si può notare questa caratteristica sia nelle precedenti rappresentazioni della Guerra Fredda, che in quelle più recenti riguardanti i conflitti contemporanei. Queste ultime tuttavia includono spesso immagini di bambini, quasi certamente le uniche vere vittime, la cui presenza visivamente giustapposta accresce l’amarezza e la paradossalità di questi quadri. Spesso essi sono rappresentati su cavalli a dondolo, e se quest’immagine da una parte ci ricorda la loro condizione di innocenza, dall’altra sembra simboleggiare l’impossibilità di sfuggire il perenne ripetersi della situazione.
Nonostante ciò, l’ironia è l’arma inconfondibile della Czok, anche in questo caso. Un’ironia finalizzata non a raddolcire la pillola, per così dire, ma a spogliare queste immagini di superflue connotazioni moralistiche e romantiche.
In questo modo, i “fautori di pace” vengono rappresentati sgraziati e goffi, privi della stessa dignità che presumono di promuovere; un punto interrogativo, quindi, sulla neutralità del loro ruolo, come sulla validità della guerra in generale. La condizione di guerra automaticamente invalida gli intenti di pace. E senza questi, la guerra viene presentata nella sua forma cruda e inevitabile: come grottesca e senza senso.
Di conseguenza, le nostre Paxmobil sono destinate a fallire.[...]

