Mother Rome di Marta Czok
Diana Alessandrini

Una riflessione sulla città eterna vista attraverso l’occhio ironico e divertito di Marta Czok, artista senza radici, cittadina del mondo, la cui ricerca segue l’umanità, le sue pulsioni, i suoi vizi, i suoi contorcimenti. E, come se guardasse una Babele moderna o un cofanetto pieno di prelibate caramelle che a tutti fanno gola o un gatto sornione che si stiracchia al sole, Marta Czok osserva Roma e la dipinge.
La osserva sì, ma in realtà la conosce molto bene questa città che l’ha accolta e dove ha messo radici con la sua famiglia, pur avendo scelto – o forse proprio per questo scegliendo – di viverle non “troppo accanto”.

Il suo sguardo sarcastico, tradotto in una pittura di raffinata precisione, è un’istantanea. Un titolo di giornale. Un pezzo di cronaca. Un fotogramma di un film. Un racconto racchiuso in un quadro. Un racconto che non risparmia neanche i vizi della curia romana o più genericamente della Chiesa, che pure con papa Francesco sta vivendo un momento fortemente riformatore che troppo spesso deve fare i conti con una realtà consolidata nel tempo.
L’ingordigia di un clero che vuole “dividersi la torta” si trasforma in un quadro di imperdibile leggerezza, graffiante ironia e dolorosa verità (Temptation, acrilico e grafite su tela , 2013).

È così che l’arte di Marta Czok va controcorrente. Si stacca dalle ricerche contemporanee sull’uso di materiali e linguaggi innovativi e punta dritta dritta al recupero della tecnica e di un messaggio condiviso. E così, paradossalmente, taglia per prima il traguardo della ricerca, di una visione a lungo raggio, di una preveggenza estetico-contenutistica che troppo poco sinora le è stata riconosciuta.

Ho avuto modo di scrivere per la mostra al Palazzo Sforza Cesarini di Genzano (2015) che “l’arte di Marta Czok suona la sveglia. Emoziona e lascia il segno. E dice ciò che nessuno vuole ascoltare. Il suo linguaggio è stratificato. Non solo nella tecnica, anzi nelle tecniche, che padroneggia. Il messaggio composito e la sua decrittazione sta a chi si trova davanti alla tela”. L’ho scritto e lo ribadisco. Ed è tanto più vero in questa mostra che corre sul filo della “cronaca giubilare”. Ecco il totem Roma (acrilico e grafite su tela, 2015) opera alta 2,40 metri, dipinto su tele sovrapposte: pensato site specific per il Museo Carlo Bilotti, rappresenta la Roma dei monumenti, sullo sfondo, ma anche quella delle palazzine, in primo piano. La Roma delle manifestazioni sindacali e quella del popolo dell’angelus. La Roma dei turisti e quella dei nuovi vitelloni. E giù, giù nei sotterranei, quella delle vestigia archeologiche, quella di una maestosità romana che oggi sembra essere irrimediabilmente persa.

Quella maestosità che promana invece da opere come il Colosseo (Roma kaput mundi, acrilico e grafite su tela, 2010), ritratto a volo di uccello, o i volti di Cesare (Life of an average Caesar, acrilico e grafite su tela, 2011): qui la figurazione occupa solo una piccola parte delle tele per la maggior parte dominate dal grigio e da un orizzonte rosso fosco, tramonto non di un solo giorno ma di un’intera epoca.

Sono le “opere della romanità” che dialogano con la Collezione Bilotti e in particolare con il nucleo delle opere di Giorgio De Chirico, esposte nella grande sala del primo piano, e tra queste certamente gli Archeologi Misteriosi ( 1926) e i Mobili nella Stanza ( 1927), ma anche l’Autoritratto con testa di Minerva, degli anni Cinquanta, in cui il pictor optimus indossa un abito veneziano, proclamando la necessità del recupero della tradizione pittorica italiana.

E proprio questo fanno in fondo le opere di Marta Czok, come fossero invettive di un laudator temporis acti, documenti in cui la perfezione formale e stilistica si fonde con un linguaggio ad un tempo aulico e contemporaneo con inserti pop (come in questo What for?, acrilico e grafite su tela, 2010).
Proprio questa vena di critica pop, che si ritrova anche nello spettacolare polittico che raffigura le Chiese di Roma (acrilico e grafite su tela, 2015), e che tuttavia non può non avere un forte valore simbolico, emerge con la consueta ironia e sagacia nell’arte di Marta Czok ed è protagonista delle opere esposte nella galleria dei ritratti. Ancora una volta, queste tele dialogano con la Collezione Bilotti. Qui infatti sono collocati i ritratti di Tina e Lisa Bilotti di Andy Warhol (1981), di Carlo con Dubuffet sullo sfondo di Larry Rivers (1994) e di Carlo e Tina Bilotti di Mimmo Rotella (1968).

A fare da contraltare a queste opere, vengono esposti i cosiddetti “Trittici familiari” firmati da Marta Czok. Qui la pittrice si diverte a unire il “sacro con il profano”: la tradizione pittorica del grande rinascimento di Piero della Francesca e dei Duchi di Urbino con i tempi moderni del punk, appunto (Times change, acrilico e grafite su tela, 2014), realizzando una piccola indagine sociale che scandaglia non solo la nuova realtà delle famiglie ma anche delle relazioni amorose (The o-ho triptyc, acrilico e grafite su tela, 2014).

Queste tele mettono in evidenza la capacità di Marta Czok di passare da un registro all’altro. E soprattutto la sua destrezza di virare dal ritratto alla caricatura. E a guardarli bene sono ritratti in senso lato anche le facciate delle basiliche romane. È il volto della Mother Rome del titolo dell’esposizione, che si caratterizza dunque per essere un percorso lungo i secoli dell’arte, della storia, del costume, alla ricerca dell’essenza di questa città, succhiata da ogni genere di sanguisughe, come mostra l’opera L’albero della vita (acrilico e grafite su tela, 2015).
Una Roma-madre, derubata e dilaniata da figli senza morale. Per lei gli sguardi di un’altra madre sofferente, quella Vergine pura, eterea – simbolo di misericordia in quest’anno giubilare – che si confronta e tiene testa al buio del mondo che preme e tenta di scalzarla dalla tela (Virgin faces, acrilico e grafite su tela, 2010).

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