Illustrazione come specchio della coscienza collettiva
di Giorgio Segato
Marta Czok vive la sua naturale vocazione pittorico-illustrativa come perlustrazione dentro l’anima, la coscienza, i comportamenti collettivi. Il suo è davvero un mondo singolare, di straordinaria energia narrativa, arguto, ironico, senza però mai intenzione di ferire, anche quando tocca i temi più scabrosi della politica internazionale, i temi della sofferenza, della morte, della distruzione atomica, o quelli non meno preoccupanti del conformismo di massa. Eppure è assai ben documentata la sua matrice espressionista, con figurazioni ricche di pathos (si veda I deportati del 1980 ora al museo di Gorizia) alle quali ogni tanto ritorna, quasi a raccogliere echi e ispirazione per continuare il suo lavoro di indagine intorno all’uomo, dentro l’uomo e soprattutto in mezzo agli uomini, cogliendone atteggiamenti, reazioni, comportamenti, abitudini.
E’ come se Marta Czok avesse superato le reminiscenze della scuola e il primo dettato dell’emozione personale per maturare uno stile più suo, interamente personale, integralmente espressivo del suo carattere, della sua cultura, della sua verve ironica e della sua vena narrativa alimentata da un’instancabile curiosità per tutto ciò che accade interno, per il calore umano, per le manifestazioni di gioia, per le esplosioni vitalistiche di massa. E nel maturare in questo senso, sembra aver ritrovato un filo smarrito dell’infanzia e dell’adolescenza: la visione mitica e felice del CIrco, di quella variegata campionatura di umanità, di abilità, di umori, di rapporti, di attività che è lo spettacolo circense con i suoi numeri e il suo pubblico, con i suo i animali e i suoi sgargianti colori. Ma dal ricordo del circo si può rislalire allo spettacolo delle sagre di provincia, per le strade e nelle piazze, fino alle origini più remote delle fiere e nei mercati del medioevo e dell’antichità.
Indubbiamente, come ha rilevato subito Paolo Rizzi, “per noi italiani la pittura di Marta Czok si nutre di un “clima” suggestivo, seducente, che ha radici tanto più lontane quanto più inafferrabili. E’ l’eco della cultura polacca di inizio secolo, densa di riferimenti popolari ma anche di raffinatezze secessionistiche”. Ma il dato culturale nazionalistico, a mio avviso, si stempera in una sensibilità più aperta e profonda, che sa cogliere non solo i grandi esempi della tradizione figurale polacca, l’arte del passato, dalle tradizioni popolari a Daumier e a Brueghel, fino all’espressionismo caricaturale di Grosz e di Beckmann, ma anche le influenze della nuova figurazione fumettistica, illustrativa e narrativa insieme.
Marta Czok è nata nel 1947 a Beirut da genitori polacchi, ma ha vissuto a lungo e studiato in Inghilterra in ambienti linguisticamente e culturalmente legati alla patria, vive ora in Italia, coniugata a un italiano.
Se nel cromatismo, nell’impronta somatica delle figure il richiamo alla Polonia è qua e là più evidente, tuttavia a me pare che l’insieme, come scelta stilistica e formale, vada connesso più a un gusto Deco degli anni Trenta e alle sue estreme propaggini nel corso degli anni Quaranta e Cinquanta. E’ un tipo di figurazione illustrativa, oltre tutto, che si adeguava all’esigenza di divulgare immagini rasserenanti nella forma e nel contenuto, capaci di esprimere una tacita adesione e uno stimolo alla partecipazione collettiva alla ricostruzione. Una scelta figurale senza frontiere, dunque, poiché esempi assai simili si possono riscontrare dalla Polonia agli Stati Uniti, dalla Francia all’Inghilterra, dalla Germania all’Italia.
Credo, poi, che questa chiave di lettura ci possa aiutare a meglio comprendere e gustare la carica satirica che muove il segno e il disegno generale delle opere di Marta Czok, la quale ribalta la funzione consolatoria del genere e ne ricava illustrazioni e narrazioni capaci di allarmare, senza dar nell’occhio, di innescare un lento ma sicuro processo di percezioni autoanalitiche e autocritiche, offrendosi come specchio di consapevolezza dei comportamenti e delle situazioni della collettività.
La matrice espressionista, forse la parte malinconica dell’anima e della cultura polacca, perde gli spigoli, intenerisce e arrotonda la durezza del segno, ritrova la tradizione iconografica popolare; ritrova, soprattutto, l’insegnamento dell’ironia che indaga le folle di Daumier e si arricchisce delle nuove scenografie del mondo, delle manifestazioni di massa che rievocano il circo, la fiera.
Le piazze disegnate e dipinte da Marta Czok sono sempre circolari come le piste del circo, come la scena del mondo su cui accade di tutto e tutti fanno qualche cosa, a volte in sintonia e in sincronia altre volte in disaccordo, in una sorta di sinfonia gestuale che lo la raffinata e ricca sensibilità compositiva, segnica e cromatica dell’artista riesce a guidare e ad armonizzare con la sua mirabile capacità di contenere gli andamenti della linea curva. “… Una sorta di girotondo, ora mesto, ora giocoso, sempre sorretto da un filo di tenerezza. Musicalità, appunto; - annotava ancora Paolo Rizzi - cioè prevalenza degli elementi formali sugli elementi rappresentativi, anche se potrebbe apparire il contrario. E’ il carattere stesso della grafica popolare: amarezza dell’esperienza reale, filosofia delle cose, compartecipazione, effusione di sentimento”.
Piano piano, osservando i giochi di contrappunto cromatico, di luce e ombra, di atteggiamenti e di manifestazioni espressive, dietro al gaio velo della parvenza immediata si comincia a capire la singolare sensibilità di Marta Czok, che sceglie la “cifra” stilistica di una figurazione tra il caricaturale e il popolare per suscitare una divertita presa di coscienza di situazioni, di rapporti, di condizioni esistenziali.
“… Il colore brillante, il gioco contrapposto di pois-strisce-cravattini, l’atteggiamento leggiadro di braccia, anche, caviglie arcuate come per danzare, poi, più ancora palesemente - scrive Rossana Zampetti - i personaggi-tipo di signori dalla risata sgangherata in completo fumé e papillon, marionette, galeotti e diavoli in calzamaglia. Saremo quasi persuasi di trovarci a osservare un manifesto pubblicitario, la locandina di uno spettacolo gaio, quando i titoli di suono “monetario” ci impongono il primo sobbalzo… E scopriamo che con la chiave dell’ironia possiamo introdurci in quel mondo-ironia che sfiora l’amarezza nell’ammassarsi dantesco di uomini-fantocci…”
Ecco: il circo, la fiera popolare, Brueghel, Daumier, e anche Bosch e Dante, gli espressionisti e anche risentimenti pop e di nuova oggettività concorrono a definire il mondo degli sfavillii decorativi, delle luminarie gioiose che accendono luci brillanti su situazioni di vita antitetiche, su condizioni esistenziali in cui l’individuo perde la sua singolarità e diventa automa, marionetta di un apparato politico-militare-economico, contemplato da Marta Czok con aria sorniona e con un’arguzia davvero sottile, senza eccessi, senza mai cadute di tono né perdite di ritmo.
D’altra parte, ciò è abbastanza comprensibile se si pensa alla lunga e laboriosa preparazione a disegno che precede le opere a olio. L’analisi delle situazioni è compiuta dapprima sui fogli, con certosina pazienza e con eccellente capacità di effetti volumetrici e chiaroscurali, tutti a matita. Anche la trasposizione su tela conserva evidenti le tracce dell’impianto disegnato quasi per segnalare ancor più che si tratta di una “rappresentazione” della realtà, cioè di un’azione scenica che assurge a metafora dell’esistenza e delle esperienze quotidiane.
Sorprendono e catturano la varietà e mobilità dei tipi espressivi e psicologici che Marta Czok riesce a cogliere quasi a volo con il segno, a inventarli nel suo personale stile, caricaturale sì, ma proprio per questo fortemente aderente alla plasticità dell’espressione somatica. Coesistono sulla stessa scena il tipo contento, quello allegro e ridanciano, quello triste, quello distratto, l’assonnato, l’arrabbiato, l’insofferente, l’agitato, il dispettoso, in un trascorrere di attitudini, di movenze, di caratteri che svelano l’attenzione acuta dell’artista per il mondo e le persone che la circondano; non più gente anonima, massa confusa, ma tipi umani con un loro modo di rapportarsi alla realtà, all’evento che tiene insieme il gruppo: ora un concerto o il pic-nic all’aperto, ora la vacanza al mare, o l’hit-parade del circo, ora la grande sfilata del partito unico o il caos festoso delle elezioni americane, ora l’attesa al semaforo o l’ingresso in fabbrica, o la gente all’incontro di boxe o al caffè.
In qualche opera la satira è più esplicita, forse anche perché il problema proposto è così grave e sentito da rifiutare qualsiasi metafora: la spartizione del mondo tra le due maggiori potenze, gli armamenti, il gioco con le bombe atomiche, la scalata al successo, i sorrisi stereotipati dei conformisti senza capacità, volontà o libertà di pensieri individuali, le alchimie del potere all’origine delle quali la fantasia popolare e l’artista stessa colloca le “streghe” malefiche che reggono le sorti del denaro.
Così si dipanano, sotto l’attentissimo segno a matita di Marta Czok, affollati “teatrini” della vita, sempre sospesi in una dimensione ambigua tra reale e fantastico, tra quotidianità certificabile e paradosso; e gli spettatori, noi, siamo convocati sulla scena al pari degli attori, scegliendo tra i personaggi il carattere e le reazioni in cui più ci si riconosce.
Resta da dire qualcosa sulla finitezza del disegno, svolto in modi chiaramente pittorici, compiuto in ogni sua zona con un’abilità di declinazione luministica di grande pregio e con un controllo ormai totale del mezzo: i segni sono nitidi, precisi, condotti con una tale ricchezza di andamenti curvilinei a coprire compiutamente l’area di scena da non lasciare alcuna ombra di dubbio sulla maturità professionale e artigianale insieme che sostiene la traduzione delle percezioni, delle idee, delle ispirazioni dell’artista.
Come già ho rilevato, la vocazione di Marta Czok è tutta per l’illustrazione, in cui si esprime la sua volontà di comunicazione di allarme intellettuale e di difesa dei caratteri dell’individualità. Ciò non significa negare all’artista capacità pittoriche - che non esito a definire di grande interesse - ma solo evidenziare come il senso cromatico e luministico siano declinati in funzione di una resa di raccolto e di evidenziazione di personaggi che “dicono” stati d’animo e provocano un continuum di sensazioni e di percezioni sul tema che si svolge sulla scena del foglio o della tela.
Sono convinto che Marta Czok stia proprio ora raggiungendo quella piena confidenza con i propri mezzi espressivi che la condurrà presto ai massimi esiti artistici nella chiarificazione ed espressione della propria personalità e della propria volontà di testimoniare l’esigenza di libertà, l’assoluta necessità della valorizzazione dei caratteri individuali, l’importanza del rispetto reciproco, della collaborazione e soprattutto, dell’ironia come arma che non di rado può vincere lo strapotere dei “grandi”.
1984

