di Rossana Zampetti

Marta Czok, con la coerenza di chi ha scelto di lottare e la determinazione di chi non intende rimuovere la sua matrice polacca di oppressione e sopraffazione, bensì affermare il diritto alla dennucia dell’oppressione e della sopraffazione sotto qualunque forma si manifestino, ripropone in questa racolta di quadri e disegni le tematiche a lei più congeniali, rese più attuali e brucianti da tutti i recenti avvenimenti internazionli e più incisive e penetranti da una tecnica pittorica, cromatica e compositiva evoluta e consapevole.

Elementi di storia remota e contemporanea si addensano nei dipinti, che chiedono e offrono ritmi più vasti nella scansione spaziale e temporale, nei quali la materia pittorica si deposita in nuovi spessori e la luce rotola sui volumi secondo calibrate geometrie e tonalità cromatiche che inventano il mondo e lo svelano, scuotono la coscienza assopita e la riversano sulla tela, offrendo un modello positivo di artista completamente aderente, nel suo combattere la rimozioni, alla realtà che vive e interpreta.

Masse di succubi compaiono, calpestati dal leader di turno (Napoleone, Saddam, Hitler, il consumismo) un leader qualunque che possiede un enorme potere (reso, nel quadro-altare, dal giganteggiare della figura dominante) e lo sfrutta fino allo spasimo, alla catastrofe, all’eccidio. Napoleone è soltanto un esempio, particolarmente significativo, delle potenziali minacce insite nella storia di tutti i tempi.

Marta Czok mi ha confessato un suo assillo: non può fare a meno di pensare che mentre qualcuno soffre, viene fatto prigioniero, viene torturato, tenta disperatamente la fuga in uno dei tanti conflitti che insanguinano il mondo lei, in quel preciso momento, ignara, potrebbe scherzare e ridere (viene spontaneo ricordare il tema centrale di una sua raccolta di disegni, Mentre Icaro cadeva: l’aratore inconsapevole, chino sulla zolla di terra, mentre Icaro piomba giù dal cielo…).

Questo tormento, troppo enorme e lacerante per essere contenuto nell’anima di un singolo, deve a ogni costo trovare uno sbocco, una via d’uscita, per diventare coscienza e interrogativo della collettività intera. E così quest’artista, intelligente e sensibile, non dipinge fiori e nature morte, ma uomini-case-draghi-incubi, con il taglio spigliato di una cartoonist consumata e il rigore tecnico di un artigiano d’altri tempi.

Le sue città-formicaio, unite al cielo da cordoni ombelicali di smog, addossate le une alle altre ma desolatamente incomunicabili; le sue case-rifugio bombardate dal rumore, replicanti ed ugualmente allarmanti sia negli esterni, tutti facciata e perbenismo, sia negli interni, tutti pettegolezzo e perfidia; le sue folle-catasta di arrivisti o emarginati, dove la risata è un ghigno, l’infanzia un inganno, l’entusiasmo servilismo e l’amicizia mistificazione; i suoi idoli-divinità, che danzano con le loro leggiadre scarpette da ballerini sullo sfacelo sottostante, mentre tutto viene loro immolato in un’ininterrotta valanga di soprusi; i suoi personaggi-marionetta dalla gestualità violentemente espressiva, nei quali la deformazione del volto, della bocca e degli sguardi è il corrispondente visivo dell’urlo; tutto, insomma, in una ridda dove la circolarità è gorgo infernale e avvinghia nelle sue spire (e nello stesso tempo pista da circo per le nostre acrobazie quotidiane, alla conquista di una meta che ci sfugge), tutto ci riconduce, in un originale procedimento combinatorio tra piano concreto e piano simbolico a un’acuta coscienza della crisi come sostanza imprescindibile dell’esistenza.

La narrazione pittorica della vita, il cui ritmo ininterrotto è sottolineato dall’insistente circolarità compositiva, è uno schermo dove si proietta una società minacciata da ogni versante - bellico, ambientale, occupazionale, demografico, culturale, etico - e minuziosamente indagata nella sua realtà quotidiana, di cui l’artista, vivendo la veridicit

di croncaca come passione morale, ama approfondire anche gli aspetti più consueti, in ciò caratterizzandosi come artista donna, mediante una microscopica inquisizione.

Abilissima regista, Marta Czok possiede oltretutto un innato e spontaneo istinto teatrale, e attraverso la finzione e il gioco scenico ci consente la scoperta, sul palcoscenico delle sue opere, di una verità sociale che invita e aiuta l’osservatore a rifare per proprio conto la stessa scoperta col riconoscersi nei personaggi e nelle situazioni (saldamente collegati anche se il loro succedersi sembra obbedire talora solo alla legge del caso), sicché ci si convince di aver ben noto, nel suo insieme e anche nei più piccoli particolari, un mondo sotterraneo eppure manifesto, che conoscevamo ma preferivamo ignorare, e che è purtroppo anche il nostro mondo.

1992

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