di Slawka G. Scarso
A guardare i lavori di Marta Czok dell’ultimo paio d’anni sono due gli aspetti che emergono più chiaramente agli occhi dello spettatore. Da un lato abbiamo una ricerca tecnica quasi vorticosa, come a dire che mai bisognerebbe rimanere immobili, appagati da quanto già fatto fino a un certo momento. C’è al contrario una dinamica freschezza in questa ricerca di materiali e di strumenti che riesce sempre a sorprendere. È un po’ come un racconto: possiamo credere di conoscere già tutte le parole che lo compongono, ma è la loro successione, il loro accostamento, a fare la differenza, a rendere l’opera originale e inaspettata. Alla stessa maniera, guardando i dipinti raccolti in questo catalogo si rimane accattivati dallo spirito di scoperta con cui vengono affrontati media e colori e contagiati dall’entusiasmo assaporato dalla pittrice in questo processo. C’è qualcosa di giocoso e divertito in questa ricerca e al tempo stesso non c’è una pennellata, un tratto di troppo, a dimostrazione che pur nella sperimentazione pittorica c’è sempre un filo rosso attraverso il quale lo spettatore rimane sì sorpreso, ma senza mai perdersi, cosciente che in ogni momento di scoperta l’artista in realtà sa perfettamente dove sta arrivando.
L’altro aspetto che emerge è quello della molteplicità delle tematiche. Escludendo da questo ambito le opere dedicate ai Bambini nella guerra e nella Shoah, progetto che come realizzazione ricade nello stesso periodo ma cui sono già state dedicate un’altra mostra e la relativa opera editoriale, si possono individuare alcuni filoni principali in queste ultime opere.
Abbiamo innanzitutto i dipinti sul tema dei paesaggi, paesaggi che nulla hanno a che vedere con la classica accezione di questo termine ma in cui Marta Czok riesce anzi, come sempre, a infilare quasi sotto un velo la sua fotografia, il suo punto di vista particolare sulla società. Così le città, argomento peraltro già affrontato ampiamente a partire dagli anni Ottanta, non sono semplici agglomerati di palazzi, ma piccole civitas in cui, pur non vedendoli, sono sempre ben presenti gli uomini, che si manifestano attraverso i comignoli fumanti, i tubi di scarico, e quell’ironia tipica dell’artista che riesce a dare il meglio di sé in opere come Welcome, la città circondata da mura così alte da rendere l’accesso impossibile. Al tempo stesso, in Neo Noè, il novello eroe biblico si trova a portare la sua arca, realizzata con quel carboncino che sembra richiamare già di suo qualcosa di antico e mitico, in un mare inquinato per colpa di tutti quegli oggetti che appena comprati ci sembrano perfetti e luccicanti, ma che si trasformano presto negli scarti rappresentati dal collage di glitter. Ci sono poi, sempre in questi dipinti, le grandi navi e gli aerei che oggi annullano le distanze e al tempo stesso la resa dello spazio, nelle dimensioni stravolte dall’uomo, in quel mare che inizia di punto in bianco in The Dam, richiama quell’arte medievale da sempre presente come influenza nell’opera dell’artista, con le sue antiche mappe e il modo che si aveva allora di immaginare la Terra.
Rispetto alle città realizzate a partire dagli anni Ottanta, c’è dunque una ricerca di minimalismo che è ripresa in gran parte dalle opere in bianco e nero che hanno pure caratterizzato questo periodo. Dipinti in cui in realtà il minimalismo dei grandi volumi di neri e di grigi si alterna a raffigurazioni dai particolari curati nei minimi dettagli, fin quasi a rievocare il passato satirico dell’artista, come in Gossip. Anche qui non manca l’ironia, e al tempo stesso c’è un’eco alessandrina, nel mettere al centro del palcoscenico non più le ragazze nel pieno della loro bellezza ma donne già mature che al tempo stesso si divertono come giovani ragazze e nel cui entusiasmo e senso dell’umorismo ci vorremmo riconoscere.
A questi primi due filoni è seguito l’altro, tuttora in fase di sviluppo creativo, relativo all’omosessualità. Un percorso scaturito da una prima serie di riflessioni sul tema di Sergio e Bacco, considerati da alcuni studiosi i primi due santi gay, e lo stimolo del tema del tabù, scelto per il Giffoni Film Festival 2009 cui Marta Czok ha partecipato nell’ambito della mostra Artabù vincendo il premio della stampa con il dipinto Senza Titolo. Il messaggio importante dietro questa serie di opere, partendo proprio dall’agiografia cristiana in riferimento ai due santi, è quello che di fatto l’omosessualità non sia da considerarsi come una cosa contro natura, ma come una delle tante sfaccettature dell’amore presente su questa Terra. È proprio questo l’aspetto che emerge da questi dipinti, quello di un amore sincero, che riesce a culminare anche in una nuova famiglia, lontano da esibizionismi stereotipati ma lanciando al tempo stesso un’accusa alla discriminazione contro i gay come nel quadro Remember me che prende spunto da quanto accadde durante la seconda guerra mondiale.
Per ultimo, abbiamo la serie delle wunderkammer, le stanze delle meraviglie. C’è, in questi dipinti, la tipica visione diversa di Marta Czok, capace come sempre di mostrarci le cose da un punto di vista completamente inusuale. Se negli interni di casa entravamo nelle vite dei personaggi dei dipinti come se vivessero in case di bambole, qui il punto di vista è ribaltato. Lo sguardo della ragazza che guarda dalla finestrella all’interno della wunderkammer non è rivolto ai tanti oggetti curiosi che vi sono riposti e in cui l’artista riesce a dimostrare un’attenzione precisa verso il dettaglio sfruttando al meglio la tecnica della matita, ma punta allo stesso spettatore. Come a dire che anche noi tutti siamo una meraviglia inserita nella wunderkammer. Un modo poetico per inghiottire chi osserva il quadro in un mondo magico e al tempo stesso portare questo mondo nelle nostre case.
C’è dunque in tutte le opere raccolte in questo catalogo un’attenzione alle mille sfaccettature che fanno parte delle vite di noi tutti, un’incitazione a non guardare le cose così come sembrano, ma a cercare il loro vero significato facendo un passo indietro, o a destra o a sinistra, per vederle sotto una luce nuova.
Per informazioni sulle opere di Marta Czok contattare La Volpe e L'Uva